Modernità liquida” è un concetto con cui Zygmunt Bauman esprime quella dinamicità e incertezza che caratterizzano la contemporaneità. Secondo il sociologo, siamo passati da una modernità solida, scandita da tempi ben definiti e da regole, costruita su basi concrete, a una post-modernità liquida, fluida e dinamica, incerta, puntuale. Questi mutamenti e questa mancanza di concretezza e di certezze hanno messo in discussione non solo l’individuo ma l’intera società, i sentimenti, le relazioni, le opinioni e i desideri.

Come sono cambiate le relazioni interpersonali

Il tempo, oggi, scorre a una velocità incontrollabile verso un futuro incerto e spaventoso. L’annullamento delle distanze e l’aumento della velocità e dei dati a disposizione sono le caratteristiche più ‘tecniche’ della società contemporanea. Tutto, ora e qui: non siamo più abituati ad aspettare e non vogliamo neanche farlo. “L’attesa del piacere è essa stessa il piacere”, recitava il drammaturgo, nonché filosofo, Gotthold Ephraim Lessing; ma quale attesa? Oggi non siamo più disposti a “perdere tempo”, a investire denaro, tempo e fatiche in qualcosa o qualcuno. La frase appena citata riassume bene l’esperienza Leopardiana e la Teoria del Piacere (Zibaldone, 1820 ca.), la quale sostiene che l’uomo, nella sua vita, tende sempre a rincorrere un piacere infinito come soddisfazione di un desiderio illimitato. La facoltà immaginativa dell’uomo può concepire cose che non sono reali e, così, egli può figurarsi infiniti piaceri, per numero, durata ed estensione. Per questo motivo non bisogna stupirsi quando viene detto che la speranza è il bene più grande e che la felicità umana corrisponde all’immaginazione stessa.

Al giorno d’oggi, però, sembra che questa visione leopardiana sia quasi scomparsa. Come scriveva lo stesso autore ne “Il sabato del villaggio”, la “donzelletta che vien dalla campagna” e arriva al villaggio fa animare tutta la gente, il sole splende, i ragazzi gridano: è un giorno di festa! Una volta arrivata, però, è come se tutto fosse finito. Ed è proprio così che funziona: una volta realizzato il desiderio, una volta concretizzato, tutto si esaurisce e non ci rimane più nulla. E così come un’esperienza, che finisce nel momento in cui la si vive, anche i prodotti e i beni esauriscono il loro “compito di soddisfarci” nel momento stesso in cui vengono consumati. Bauman, nel suo libro “Consumo, dunque sono”, ci spiega che il valore supremo della società dei consumatori in cui viviamo è proprio la ricerca della felicità, una felicità istantanea, che deriva non tanto dalla soddisfazione di un bisogno ma dalla soddisfazione continua di tanti bisogni in poco tempo (o capricci, come vedremo dopo).

Paradossalmente, oggi, il cambiamento è diventato l’unica costante in questa post-modernità che si evolve continuamente e che non lascia spazio alla coltivazione di interessi, relazioni e passioni durature. Anche i valori, un tempo solidi e ben cementati, vengono sostituiti con altri, spesso più effimeri. L’esempio più calzante di come siamo passati da una società stabile ad una estremamente incerta lo si ritrova nella nascita del consumo di massa: se prima si producevano beni destinati a durare, ad accompagnare le persone nel corso della loro vita, oggi i prodotti hanno vita breve e vengono consumati nel momento stesso in cui vengono acquistati. Proprio citando il consumismo possiamo capire come l’uomo oggi sia continuamente alla ricerca di un piacere immediato: quello che ci piace oggi tra pochi giorni già non ci piace più, ciò a cui eravamo appassionati ieri oggi ci ha già stancati. La “cultura dell’adesso”, o “cultura frettolosa” (S. Bertman) è caratterizzata da un tempo punteggiato (Aubert), da una mancanza di coerenza e di coesione. Marc Augé definiva la felicità un “sentimento puntuale” e questa felicità deriva, spesso, dall’acquisto di nuovi beni che ci garantiscono piccoli momenti felici. L’insoddisfazione dell’io rispetto a se stesso è una delle caratteristiche più evidenti della postmodernità, il desiderio non ha tempo di consolidarsi perché è presto sostituito da altri desideri. A partire dal XX secolo si sviluppa il fenomeno dell’acquisto compulsivo, dettato dalla sicurezza che tali acquisti dona al consumatore. Solo acquistando irrefrenabilmente e irrazionalmente le persone riescono a trovare una piccola soddisfazione ai propri capricci. Del resto, se prendiamo in considerazione la piramide di Maslow è finito il tempo in cui si dava precedenza al soddisfacimento dei bisogni di sicurezza e fisiologici: oggi è importante sentirsi auto-realizzati, sentirsi “qualcuno”, e per sentirsi così è necessario togliersi questi sfizi.

Capricci e non più bisogni. Perchè? Secondo Bauman ai bisogni si sono sostituiti i capricci, i quali sono diventati forza compulsiva del consumo. Inizialmente i bisogni erano il motore del consumo, ma sono poi stati sostituiti con i desideri, che si adattavano molto meglio alla realtà fluida e in movimento in cui vivevamo. Essi sono presto stati sostituiti dai capricci, a causa della costante crescita di domanda di consumo che non veniva più soddisfatta dai desideri. Il capriccio è frutto di stimoli e non tiene conto di motivazioni razionali.

Principio del piacere e della libertà individuale

  • Piacere: per spiegare il principio del piacere è prima doveroso fare un breve accenno alla personalità come la intendeva Freud. Secondo la teoria freudiana delle tre istanze, la personalità può essere scomposta in tre parti: l’Es, l’Io e il Super Io. L’io segue il “principio di realtà”, ovvero fa da mediatore tra il Super Io e l’Es, è il “navigatore”, che sa quando premere l’acceleratore e quando il freno, metaforicamente. Il Super Io è il “giudice”, è una coscienza morale, ci dà le regole, è la società che entra in noi. Il principio del piacere, invece, è la forza motrice dell’Es, che viene visto come la linfa vitale che ci permette di muoverci e di agire, sono le pulsioni, l’istinto. Il rischio di un Es troppo potente (e un Io debole) è la perversione, ovvero ciò che accade quando gli umani si concedono troppo alle pulsioni.
  • Libertà individuale: secondo Erich Fromm, l’uomo è riuscito a liberarsi “da” alcuni vincoli, ma non è ancora libero “di” fare. Rivolgendosi al passato, poi, scopriamo il primo atto umano, o il primo atto di libertà della storia: il peccato di Adamo ed Eva. Mangiando quella mela dall’albero della conoscenza, i due si sono separati dalla natura, diventando individui. Ora sono nudi, indifesi, non hanno più la natura a proteggerli e si sentono impotenti: iniziano, quindi, a cercare risposte e protezione nella religione. E’ in questo momento che inizia il processo che porterà, eventualmente, l’uomo ad essere libero “di”.

La libertà

Secondo Marx la libertà “vive storicamente come uno strumento di liberazione economica, sociale e politica il cui termine ultimo è quello di liberare l’uomo dalla miseria, dalla guerra e dalla lotta di classe quando finalmente ognuno sarà concretamente libero, materialmente e spiritualmente” (Wikipedia). Lo stesso filosofo tratta, poi, il tema di “tempo libero” contrapposto a quello di “regno delle necessità”, spiegando che il regno della libertà trova luogo sulle basi del regno delle necessità ma, contemporaneamente, solo al di fuori di esso e solo se gli uomini possono dominarlo invece che esserne dominati.

Verso la fine del ‘900, poi, nasce il concetto di “libertà metafisica”, la quale viene definita la “madre di tutte le libertà”, anzi, addirittura “l’origine della stessa libertà religiosa”, in quanto essere liberi di professare significa anche poter scegliere di non professare. Essa si esprime, quindi, in uno scioglimento dei vincoli religiosi.

Ricapitolando, siamo immersi in una modernità liquida in cui gli esseri umani sono ossessionati dalla ricerca della felicità, che viene raggiunta grazie all’acquisto e all’immediato consumo di beni o esperienze. Tutta questa velocità, questo annullamento dello spazio-tempo e questa continua necessità di auto-soddisfarsi hanno, però, influenzato “negativamente”, per alcuni aspetti, le relazioni interpersonali.

Amicizia e rapporti effimeri

Per quanto riguarda le relazioni di amicizia possiamo facilmente osservare come, rispetto ai nostri genitori, esse siano aumentate in maniera esponenziale: oggi le amicizie si espandono a macchia d’olio, “l’amico del fratello del mio amico che è anche mio amico: siamo amici su Facebook!” – è una frase che sicuramente ci sarà capitato di sentire, almeno una volta. Basta un click, 0.5 secondi e possiamo collegarci con chiunque nel mondo, anche con il Presidente degli Stati Uniti d’America. Una semplicità estrema che va a distruggere quei modelli relazionali a cui erano abituati i nostri avi. “Modelli” basati su un rapporto pressoché diretto, non mediato, che prevedevano la presenza simultanea dei due membri e che tenevano conto anche del linguaggio non verbale. Non possiamo illuderci che l’utilizzo degli emoticon e dei like sia la stessa cosa. Secondo uno studio recente sono minimo 200 le ore che è necessario trascorrere insieme per parlare di un rapporto amicale profondo (mentre 40-60 per un’amicizia occasionale). Ora pensiamo: quante ore abbiamo trascorso in compagnia della maggior parte dei nostri amici di Facebook? Con quanti di loro abbiamo avuto una reale conversazione face-to-face? A quanti di loro abbiamo confessato anche solo un piccolo segreto? Probabilmente neanche la metà della metà della metà. Sui social media è facile mostrare la parte migliore di sé stessi, è facile nascondere le proprie insicurezze ed è ugualmente facile costruirsi un avatar del proprio Sé ideale (ovvero la persona che vorrei essere). Paradossalmente, non ci accontentiamo neanche di comunicare un solo Sé ideale ma, talvolta, necessitiamo di comunicarne uno per ogni contesto in cui ci immergiamo. La fluidità che caratterizza la nostra società oggi impatta anche la nostra identità, la quale, al contempo, diventa anch’essa fluida e mutevole. Grazie a queste caratteristiche il nostro Sé si può trasformare liberamente e velocemente, pur mantenendo una coerenza tra i vari sé.

Risulta spontaneo affermare che la facilità con cui si possono camuffare i sentimenti, le passioni e le opinioni nella rete abbia portato inevitabilmente alla costruzione di “amicizie” e rapporti effimeri. Amicizie basate su bugie di fatto, perché un conto è comunicare la propria personalità mettendoci “la faccia”, quindi tramite il modo di apparire, i vestiti indossati, la cerchia di amicizie ecc., un altro conto è invece costruirsi una playlist Spotify “ad hoc” per fare colpo sul ragazzo che piace, mettere un like alle pagine Instagram del momento, stringere amicizie con le persone che riteniamo più cool su Facebook.

Ci troviamo, quindi, di fronte a un paradosso, che descrive noi umani come “una moltitudine di individui isolati tra loro collegati senza soluzione di continuità a una rete globale dove è facile confondersi, cambiare identità e, in qualche misura, nascondersi e finire per perderla”. “L’uomo è un animale sociale” diceva Aristotele, ed è proprio questa sua natura orientata alla comunità che lo spinge continuamente a ricercare l’Altro, nonostante l’attuale difficoltà nell’instaurare relazioni sane e autentiche (come affermarono prima Fromm e poi Bauman). Seppur più effimere, vuote e, in molti casi, basate su una necessità temporanea (chiamiamole amicizie di “convenzione”), l’uomo non può rinunciarvi.

Prendendo spunto dal pensiero di Aristotele possiamo affermare che senza l’Altro (da-Sé) risulterebbe vano qualsiasi tentativo di conoscenza di sé stessi. Il sito Filosofemme.it scrive:

“Senza l’Altro – quell’altro che nella vita quotidiana identifichiamo come il nostro vicino di casa, il nostro concittadino, il nostro collega o compagno di studi – e soprattutto senza il confronto con l’Altro, nessuno di noi può in alcun modo definire la propria identità.”

Senza questo processo di identificazione l’essere umano non può esistere. Lo dimostra la psicoanalista Margaret Mahler, la quale ha illustrato il processo di individuazione-separazione che avviene tra madre e neonato nei primi mesi di vita di quest’ultimo. Secondo la Mahler, tale processo di separazione-individuazione è fondamentale per lo sviluppo dell’Io, delle future competenze relazionali e per la strutturazione della personalità. Inizialmente il bambino si sente un tutt’uno con la mamma, con la quale vive in simbiosi. Nei mesi successivi al quarto o quinto mese il neonato andrà progressivamente separandosi da lei acquisendo, passo dopo passo, una sempre maggiore consapevolezza delle proprie capacità e costruendo man mano una propria identità.

A “spaventare” la maggior parte delle persone è il “per sempre”: due parole che implicano un impegno, una coerenza e un’attesa, tre termini molto lontani dalla società liquida in cui viviamo. A nostra discolpa, possiamo dire quasi con certezza che sia la società stessa a imporci di cambiare continuamente, ne deriva che è alquanto impossibile costruirsi un’identità stabile in un mondo che muta repentinamente. Pensiamo al fenomeno dello zero drag che tanto caratterizza il mondo lavorativo di oggi: non ci sono più limiti spazio-temporali e quando ci si stanca, si cambia lavoro! Così come il lavoro, si può cambiare anche il marito o la fidanzata. Oggi è tutto più semplice: non mi piaci? Ti mollo con un messaggio. Ci sposiamo e me ne pento? Divorziamo. Come si può pensare di creare una famiglia, quindi, se l’idea di un “per sempre” ci spaventa e se non ci sono più vincoli di alcun tipo? Oggi il matrimonio non è più “fondamentale”, sposarsi non è più sinonimo di amore eterno e divorziare è sempre più semplice. Ci si sposa senza amarsi e ci si ama senza sposarsi. Dai risultati emersi in un’indagine condotta nel 2021 su un campione di comodo di 196 rispondenti, solo il 15% dei rispondenti ritiene che il matrimonio sia ‘molto’ (23) o ‘estremamente (6) importante’. Il restante 85% lo definisce ‘poco importante’ (79), ‘abbastanza importante’ (56), ‘per niente importante’ (32). Da notare, inoltre, come non vi siano grandi differenze di opinioni tra le fasce d’età.

importanza-matrimonio

Un fattore importante da sottolineare, però, è anche la maggiore indipendenza della donna: non è più vincolata economicamente al marito e se il lavoro lo richiede può spostarsi di città in città. L’uomo può, poi, accettarlo e adeguarsi oppure andare incontro ad un eventuale relazione a distanza (o separazione, nella maggior parte dei casi). Le relazioni, quindi, iniziano e finiscono e dove ne finisce una ne inizia subito un’altra, andando ad alimentare un ciclo continuo in cui tutti diventiamo subito sostituibili.

Il triangolo dell’amore di Sternberg

Come anticipato prima, una società fluida e libera dai vincoli non può che sfociare in amori più brevi e superficiali. Ciò che manca, spesso, nelle relazioni amorose attuali è l’impegno. Questa componente, insieme a intimità e passione, dà vita al Triangolo dell’amore di Sternberg. Secondo l’autore statunitense, alla base dell’amore perfetto vi è la compresenza di tutti e tre gli elementi appena citati. Nel momento in cui almeno uno di questi viene a mancare possono nascere sei diversi tipi di “amore”, oltre a quello “vissuto” o “perfetto”. In particolare, nell’elenco sottostante viene illustrato il tipo di amore e tra parentesi la componente (o le componenti) da cui è formato:

  • simpatia (intimità),
  • infatuazione (passione),
  • amore vuoto (amore vuoto),
  • amore romantico (intimità + passione),
  • amore complementare/amore amicizia (impegno + intimità),
  • amore fatuo (passione + intimità).

A caratterizzare le prime fasi dell’innamoramento è la componente passionale, la quale, secondo lo psicologo, è “il grado di condivisione e di vicinanza vissute nel rapporto, che scaturisce dall’intimità e dalla convergenza degli interessi individuali”. Essendo un “sentimento impetuoso” e irrazionale, la passione è destinata ad esaurirsi man mano che subentra l’amore vero, ovvero quando, secondo Francesco Alberoni, si inizia a progettare il futuro insieme, si creano le proprie nicchie, ci si costruisce un proprio ambiente etc.

A sostegno di quanto detto prima, possiamo affermare che tutto ciò sia eccitante all’inizio ma rischia poi di diventare monotono e ordinario e alcune coppie poco solide possono risentirne pesantemente. Ciò spiega anche come mai oggi non ci si voglia più impegnare: si ha paura della monotonia, si vogliono provare sempre più esperienze nuove, si vuole vivere ripetutamente la prima fase, quella passionale. La fase delle farfalle nello stomaco, dell’euforia e della gioia, la fase in cui ci si dimentica dei problemi e si è spensierati, in cui non si conoscono i difetti dell’altra persona né tantomeno si è preoccupati di conoscerli. Dice Alberoni: “L’amore ardente, l’amore appassionato, per esistere deve essere sempre ‘nascente’” altrimenti, una volta trasformato in istituzione, rischia di diventare prigionia.

L’impegno, invece, comprende, nel breve periodo, la decisione che l’uno ami l’altro e nel lungo periodo l’impegno a mantenere vivo quell’amore. Come sosteneva Fromm, amare qualcuno non è solo provare un forte sentimento, è una promessa, un impegno! Del resto, la stessa felicità di coppia trova luogo anche nel superamento degli ostacoli, insieme, diceva Bauman.

Purtroppo, però, oggi gli individui non vogliono più impegnarsi perché, nel loro pensiero, è la stessa insicurezza che alimenta le nostre speranze di felicità. Mantenere quel filo di indipendenza ci rende liberi, ci permette di sognare e di adeguarci velocemente al mondo intorno a noi.

Secondo il 61% dei rispondenti all’indagine citata precedentemente, ad oggi, si è persa moltissimo la componente “impegno”. Dalle risposte sono state estrapolate alcune motivazioni, qui sotto riportate:

Il Coronavirus e le restrizioni dovute alla pandemia vissuta hanno peggiorato la situazione: si fa fatica a conoscere nuova gente (causa lockdown), ci si vede molto meno rispetto a prima a causa del divieto di spostamento fra comuni e regioni, si vivono meno esperienze insieme (viaggi, uscite a cena, aperitivi con amici ecc.). Inoltre, le coppie già consolidate rischiano di cadere nella monotonia a causa di una convivenza forzata o dell’impossibilità di prendersi una pausa dalla routine quotidiana, in alcuni casi necessaria.
“Con l’avvento dei social media e della tecnologia si parla di meno, prima c’era più dialogo” è stato detto. Risulta importante sottolineare come la comunicazione e il dialogo vengano ritenuti fondamentali, in un rapporto di coppia, da più della metà degli intervistati. Secondo alcuni rispondenti, i social hanno reso i rapporti più effimeri in quanto abbiano alimentato l’importanza dell’apparenza e della superficialità. Essi sono la “vetrina digitale” per eccellenza e i ragazzi, così come gli adulti di questo terzo millennio, sfruttano queste piattaforme per mettersi in mostra, in “vetrina” direbbe Codeluppi, in particolare tramite il fenomeno del selfie.
Oggi le persone tendono a sostituire invece che riparare: se un matrimonio non funziona si cambia il partner, non si cerca più di sistemare le cose e di chiarire

Per concludere, secondo Robert J. Sternberg, solo grazie alla compresenza di tutte e tre le componenti si potrà manifestare un amore perfetto, completo. Ciò di cui non bisogna dimenticarsi, però, è che l’uomo è e sarà sempre alla ricerca costante della sua metà perfetta (per citare Platone) ma solo dopo numerosi tentativi e delusioni potrà capire cosa gli piace e cosa no, cosa può e cosa non può sopportare. L’esperienza ci insegna e ci permette di costruire un ideale amoroso personale. Ognuno di noi interpreta l’amore a modo proprio: chi come un gioco, chi come una guerra, chi come un sacrificio, chi come una scienza… Però, nonostante la sua indole complicata, o forse proprio grazie ad essa, l’amore esiste da sempre e per sempre esisterà: travagliato, semplice, folle, impegnativo, romantico o combattuto che sia, non si può fare a meno di esso. Chi pensa il contrario ne è già intrappolato.

La cultura narcisistica

Nella società odierna l’aderenza al valore del potere e dell’immagine favorisce una cultura narcisistica, in cui predomina l’apparire e l’instaurare relazioni superficiali piuttosto che l’essere e il “mettersi in gioco” in relazioni profonde. Quindi la nostra cultura è terreno fertile anche per la crescita, per lo sviluppo e per il mantenimento del narcisismo.

In primo luogo è necessario capire cos’è il narcisismo, quando si affrontano argomenti tanto delicati è essenziale essere ben chiari sulle parole che vengono usate. Proprio per questo partiamo da un approfondimento su cos’è il narcisismo, è importante fare chiarezza, c’è narcisismo e narcisismo, c’è infatti una grande differenza tra narcisismo sano e narcisismo patologico. Sarebbe infatti riduttivo pensare al narcisismo solo come qualcosa di estremamente negativo.

Narcisismo: definizione e caratteristiche

Il confine tra i due mondi sopra citati non è sempre così ben delineato.

Vediamo ora le caratteristiche del narcisismo sano:

  • Il primo tratto distintivo e di fondamentale importanza è che il narcisismo sano prevede l’empatia affettiva verso il prossimo, quindi la capacità di mettersi nei panni dell’altro e dunque di rispettarlo. Si presume che la persona abbia l’abilità di mantenere un equilibrio tra l’amore per sé e l’amore per gli altri.
  • Il narcisismo sano sta anche alla base di una buona autostima ed è caratterizzato da un sano orgoglio, che permette di prestare attenzione alle proprie esigenze (sia fisiche che psicologiche) e allo stesso tempo, riversare la stessa forma di attenzione per l’altro e le sue esigenze.
  • Il narcisismo sano contempla anche la capacità di essere competitivi e di saper usare i propri punti di forza per raggiungere i propri obiettivi senza mai schiacciare o manipolare l’altro.
  • Un’altra caratteristica è che solitamente sono persone che credono in sè, nelle proprie abilità. Gli permette inoltre di essere determinato e deciso al momento opportuno, di saper assumere il ruolo di leader quando la situazione lo richiede e di saper persuadere gli altri quando si tratta di portare avanti una giusta causa.

Passiamo ora ad analizzare il narcisismo patologico, in questo caso il soggetto non è in grado di provare empatia affettiva, anche se può provare empatia cognitiva.

Che differenza c’è tra queste due definizioni?

L’empatia cognitiva è la forma meno profonda e sviluppata, poiché se da una parte vi è la comprensione puramente razionale delle emozioni altrui, dall’altra manca la comprensione e il desiderio di preoccuparsi effettivamente di cosa pensano le altre persone e di voler quindi fare qualcosa per aiutarle.

L’empatia affettiva è quella che manca al narcisista patologico, in questo secondo tipo di empatia il rapporto che si crea tra le persone è più profondo. Si è in grado di comprendere ma anche di provare dentro sé stessi i vissuti emotivi e le sensazioni che provano gli altri. Durante questa fase dell’empatia vi è un vero e proprio rispecchiamento del sistema di neuroni che attivano i nostri circuiti cerebrali le stesse emozioni che sta vivendo l’altra persona.

Vediamo nello specifico le caratteristiche del narcisista patologico:

  • È indice di bassa autostima anche se all’esterno può sembrare il contrario. È stata creata una maschera, un’immagine idealizzata di sé che ha la solidità di un castello di carte.
  • Si caratterizza per la presenza di pessimi comportamenti a livello interpersonale come la tendenza a criticare, svalutare e manipolare gli altri per raggiungere i propri fini e soddisfare le proprie fantasie di successo illimitato e di potere;
  • Il narcisismo patologico è caratterizzato dall’invidia verso gli altri ed i loro successi, con conseguente rabbia e disdegno nei loro riguardi.
  • Prevede inoltre l’incapacità di amare e prendersi cura dell’altro, le persone vengono trattate come oggetti, usate al bisogno, per poi abbandonarle quando non sono più utili.
  • Il narcisismo patologico può anche essere occulto, ben mascherato e diverso da come solitamente lo immaginiamo.

Il narcisita overt e il narcisista covert

Dobbiamo entrare più nello specifico spiegando che ci sono due tipi di narcisismo: overt e covert.

  • Il narcisista overt è estroverso, caratterizzato da un senso di superiorità. Si ritiene speciale, manifesta aggressività, esibizionismo, ossessione per il successo ed ha il bisogno di essere dominante nelle relazioni interpersonali. Instaura rapporti con la finalità di essere ammirato e compiaciuto. Infatti è in grado di costruire tante relazioni interpersonali, ma sono essenzialmente superficiali. Le persone servono al narcisista overt per sostenere la sua grandiosità, per raggiungere i suoi desideri e obiettivi.
  • Il narcisista covert è un soggetto introverso, sensibile alle critiche e ai giudizi degli altri, svaluta sé stesso e idealizza gli altri. Vive in un senso di inferiorità e inadeguatezza. I sentimenti di grandiosità sono presenti anche in questo caso ma rimangono sotto forma di fantasie personali. Attraverso l’idealizzazione dell’altro gonfia il suo sé. Tende ad essere evitante delle situazioni sociali, presenta sintomi depressivi e ansiosi. Sono affetti da vittimismo cronico, nutrono molta rabbia e invidia, sono insicuri e lamentosi, sono calcolatori, sono avari freddi e distaccati. I narcisisti overt sono difficili da individuare.

L’autostima

Partiamo facendo chiarezza, il significato di autostima è diverso da quello di ego, inoltre non bisogna commettere l’errore di considerare il narcisista come una persona che vede la realtà. Il narcisista vede la propria immagine di sé come qualcosa di idealizzato, proprio perché non sarebbe in grado di accettare la propria immagine di sé reale, quella fallibile, quella per certi versi patetica di un soggetto incapace di riconoscersi e accettarsi.

A questo punto, possiamo capire che il narcisista sia una sorta di selfie di sé stesso ed è proprio ai selfie che si rivolge la ricerca esplorativa presentata di seguito.

Negli ultimi anni il nostro rapporto con i media è cambiato profondamente, questo grazie alle forme che il mondo del web ha assunto. Sono nati infatti nuovi strumenti di comunicazione che hanno modificato radicalmente il rapporto tra coloro che producono i messaggi e coloro che li ricevono, grazie ai nuovi strumenti di comunicazione sono inoltre estremamente usabili.

La possibilità di utilizzare i media per comunicare direttamente con gli altri moltiplica i messaggi che ciascun individuo produce su di sé, un esempio calzante è l’abitudine di scattarsi foto con lo smartphone, per poi diffondere i selfie direttamente nel web.

Selfie e narcisismo

I selfie non sono qualcosa di nuovo, se ci pensiamo bene li abbiamo sempre fatti, forse li chiamavamo autoscatto, non era così veloce come lo sono ora i selfie ma richiedeva complesse procedure per sistemare l’apparecchio e andare a posizionarsi in posa per la foto.

Il bisogno di procurarsi piacere deriva dall’azione di immortalarsi in una fotografia, dunque, non si ferma neppure davanti alla morte.

Possiamo vedere l’esempio di quell’infermiera che è stata arrestata nel 2014 accusata di aver ucciso diversi pazienti con delle iniezioni, nel suo telefono sono state trovate le immagini di lei a fianco a due pazienti appena deceduti, in una prima foto l’infermiera apre la bocca cercando di imitare la donna morta, nella seconda alza i pollici in segno di vittoria.

A volte l’esigenza di documentare nel miglior modo possibile la propria presenza porta a ignorare un evento drammatico, il senso profondo della situazione che stiamo vivendo.

Possiamo vedere un altro esempio, quello dei due giovani che si sono messi in posa a fianco al loro amico appena morto di overdose.

Oggi lo strumento con cui scattiamo le fotografie è anche il nostro principale mezzo di comunicazione e collegamento con il web.

Queste innovazioni tecnologiche permettono alle persone di assecondare attraverso la pratica del selfie quella tendenza verso la “vetrinizzazione” di sé che ha avuto negli ultimi decenni.

La vetrinizzazione è frutto di quell’impellente necessità che oggi le persone sentono di dover soddisfare al fine di costruire e gestire la propria identità.

Mettersi adeguatamente in scena all’interno di numerose vetrine in cui sono costrette ad esporsi nella loro esistenza sociale e mediatica.

Cercano pertanto di catturare l’attenzione degli altri e valorizzare se stesse per ottenere il giusto riconoscimento.

Vediamo ora cosa intendiamo quando parliamo di narcisismo dei selfie, in questo caso spesso andiamo a sfociare in quello che abbiamo chiamato narcisismo patologico.

Come abbiamo anticipato, questa persona utilizza le relazioni interpersonali per aumentare e/o mantenere alto il suo senso di autostima, è come se la persona per sentirsi viva avesse necessità di essere ammirato dagli altri. Questa necessità si coniuga molto bene dal nuovo modo di relazionarsi e comunicare attraverso i social network, come Facebook, Instagram, TikTok ecc.

I social network diventano degli amplificatori del suo sembrare affascinante, del suo sentirsi ammirato dagli altri per colmare il bisogno di riconoscimento e di superiorità. Infatti il narcisista infatti, viene anche paragonato ad un vampiro affettivo.

Il narcisista utilizza il fascino sia con la speranza di avere relazioni sessuali effimere che per stabilire relazioni amicali (coloro che diventeranno le scimmie volanti del narcisista), al fine di essere sostenuto nell’autostima, nel profilo covert-celato, idealizzando l’altro e quindi di riflesso sé stesso,  e di mantenere un’alta autostima nel profilo overt-manifesto.

la sensazione di potere protegge i narcisisti dalle umiliazioni che hanno subito nell’infanzia dalle persone criterio (genitori o chi ne ha fatto le veci, insegnanti, ecc), le quali a loro volta usavano il potere come metodo per controllar (sia fisico che psicologico).

I social network Facebook, Twitter, Instagram, ecc permettono di instaurare molte relazioni di tipo superficiale; questo soprattutto nel profilo di narcisismo overt, il quale è abile nell’instaurare relazioni di questo tipo. Dalle ricerche è emerso infatti che una delle caratteristiche che descrivono tale profilo narcisistico è il possesso dell’alto numero di amici, o dal misurare il numero di “like” che hanno.

Attraverso i social network le relazioni amicali possono essere molte, da centinaia a migliaia, e più facili da sostenere condividendo dei post rispetto ad una relazione autentica e reale “vis a vis”.  Si può affermare che la “Rete” facilita al narcisista la possibilità di instaurare tante relazioni superficiali. Accade di sentire persone che affermano “siamo amici su facebook, ma quando mi incontra per strada neanche mi saluta”. Il narcisista stando attento a porre l’immagine migliore di sé, può inserire foto attraenti e descrivere, attraverso le informazioni su di sé, l’immagine che si vuole essere.

Il narcisismo nei social network risulta essere legato ad un elevato numero di amici e all’esagerata promozione della propria immagine e alla presentazione di sé.

Ed ancora nei profili personali di Facebook, Instagram, Twitter, ecc. sono risultati narcisisti coloro che hanno inserito nella maggior parte delle loro foto immagini in cui sono attraenti, sensuali e provocanti.

Come abbiamo visto in precedenza il narcisista dei selfie è dipendente dai social network vediamo infatti il concetto di Internet Addiction (internet dipendenza) nasce negli Stati Uniti intorno agli anni ’90 in cui lo psichiatra americano Ivan Goldberg (1995) definisce le caratteristiche psicopatologiche che poi sono state riprese e ampliate da Young (1996). In generale si fa riferimento alla tolleranza (bisogno di trascorrere crescente quantità di tempo su internet), sintomi di astinenza (irritabilità, ansia e tristezza) e credere di avere il controllo.

La persona con un prevalente profilo narcisista può arrivare, nel caso di patologia, a forme di dipendenza dalla Rete, definito da Cantelmi e Talli (2007) “addicted per azione”, in cui i vari social network simboleggiano gli specchi della vanità e del potere narcisistico.

La dipendenza dalla Rete, nel narcisista si innesca per ricercare fantasie di successo, potere, fascino e bellezza illimitati, per soddisfare i bisogni di sicurezza e autostima.

Per il narcisista, Internet ma più nello specifico i social network, rappresentano un luogo protetto in cui può dare sfogo al senso grandioso del Sé e proprio per questo, può arrivare ad essere dipendente da questo luogo dove “incontra” molti amici, può scegliersi un nuovo ruolo, può sentirsi speciale ed unico e può efficacemente bloccare le critiche altrui.

La patologia di dipendenza dalla Rete nel narcisista, come nelle altre forme di dipendenza a cui può andare incontro, si può vedere come colmare quel vuoto tra il suo falso sé e i bisogni negati. Il narcisista nella fase di attaccamento con le persone criterio o caregiver (genitori e chi ne ha fatto le veci), è stato umiliato e/o genitori quale forma di dipendenza “sana” dagli altri, è stato costretto a costruire un falso sé, rinunciando al suo sé reale.

Narcisismo e sexting?

Se poi parliamo di adolescenti troviamo una nuova pratica, quella del sexting legato ai selfie.

Gli adolescenti infatti spesso si scambiano foto intime proprio per soddisfare il bisogno di sentire nello sguardo dell’altro l’adeguatezza e la bellezza delle nuove parti del corpo che la crescita e lo sviluppo puberale hanno messo a disposizione.

Attraverso la sovraesposizione del corpo, il sexting scopre la fragilità del narcisista, ponendosi lungo un continuo tra “nuova normalità”, attraverso la quale i ragazzi e le ragazze provano i nuovi aspetti di sé ed trovano soluzioni volte alla realizzazione dei compiti di sviluppo, e “nuova forma di disagio”, attraverso cui essere se stessi e facendo uscire il dolore connesso alla crescita.

La pratica del sexting si diffonde ed entra a far parte del nuovo modo narcisistico di amare, affamato di rispecchiamento e in difficoltà nella gestione della relazione con l’oggetto (colui o colei che è finita nelle mani del narcisista).

L’iper-sessualizzazione non si accompagna a un aumento dell’attività sessuale tra i giovani. Oggi i ragazzi fanno meno sesso di quelli delle generazioni precedenti e aumenta il numero di giovani adulti che non hanno alcun rapporto sessuale.

Il sexting può rappresentare un fattore di protezione per gli adolescenti di oggi, i quali si sentono molto più vulnerabili che in passato nei confronti della propria corporeità, all’immagine di sé e al valore personale. In questo senso lo scambio di foto o messaggi erotici sarebbe vissuto come più sicuro e distanziante rispetto all’incontro e allo scambio reale con l’altro. Il sexting può essere considerato come una pratica ad alto valore simbolico ed evolutivo, dato che mostra un ambito di sperimentazione e di prova del potere della nascente femminilità o mascolinità, di controllo della capacità di accendere il desiderio nell’altro, anche a costo di assumere atteggiamenti eccessivamente sessualizzati, spinti dall’urgenza di ricevere sguardi di approvazione, riconoscimento e valorizzazione.

Lo scambio di foto intime risulta importante anche nei nuovi codici della relazione d’amore, in una specie di gioco messo in atto dalla coppia. La sovraesposizione del corpo erotico non risponde a una reale esigenza sessuale, ma usa il codice della sessualità e il linguaggio della seduzione per esporre una richiesta di stampo narcisistico, che trova soddisfazione nel prendere lo sguardo dell’altro e il suo interesse, per paura di perdere il proprio posto nella sua mente.

L’adolescente odierno, con la paura di non essere visto o percepito dagli altri, può mettere in atto comportamenti forti e pericolosi, chiedere aiuto cercare soluzioni alla propria difficoltà nella realizzazione dei compiti evolutivi di mentalizzazione del corpo, di nascita sociale e separazione dall’immagine del Sé infantile. Il sexting può quindi dare voce a una forte fragilità narcisistica, che ostacola il processo di integrazione del corpo sessuato, la costruzione di valori e ideali e la definizione dell’identità di genere. Le richieste di immagini del corpo erotico da parte dell’altro vengono così distorte e diventano gli equivalenti di un’offerta d’amore e di attenzione.

Felicità come superamento dei problemi

Paradosso di Easterlin

Il Paradosso della Felicità (o Paradosso di Easterlin) fu definito negli anni ’70 del XIX secolo dall’economista americano Richard Easterlin che, con un approccio innovativo, aveva iniziato a studiare la relazione tra reddito e felicità o benessere soggettivo.
Easterlin osservò che, in un determinato momento, mettendo in relazione le valutazioni soggettive con i redditi degli stessi individui che le hanno espresse, è comune riscontrare una correlazione positiva tra il benessere soggettivo ed il reddito percepito.
Tuttavia la correlazione tra queste due variabili è di solito piuttosto bassa: vi sono molti altri fattori, oltre al reddito, che influenzano il benessere soggettivo, come ad esempio l’età, lo stato di salute, le relazioni affettive, i confronti interpersonali ecc. e tale correlazione può diminuire all’aumentare dei redditi percepiti, tendendo infine a scomparire.

 

 

 

Soddisfazione per la vita in generale e PIL pro capite nel mondo (Fonte: Deaton, 2008).

 

 

 

Riassumendo possiamo affermare che, attraverso un’analisi cross-section, il benessere soggettivo appare positivamente correlato al PIL pro capite, sebbene questa correlazione sia generalmente piuttosto bassa e tenda ad annullarsi in corrispondenza dei livelli di reddito più elevati.
Il secondo aspetto del paradosso viene evidenziato grazie ad un’analisi più temporale, andando a vedere come il benessere personale medio di un Paese varia nel tempo.
L’economista Easterlin definì successivamente due principali spiegazioni del paradosso in questione: la prima riguarda i confronti interpersonali, ossia la felicità varia direttamente con il proprio reddito e inversamente con il reddito degli altri. L’aumento del reddito di tutte le persone, non fa aumentare la felicità di tutti poiché l’effetto positivo sul benessere soggettivo prodotto dall’aumento del proprio reddito, è compensato dall’effetto negativo di un più elevato livello di vita medio che deriva dalla generale crescita dei redditi.
La seconda spiegazione, invece, riguarda la ricerca della felicità: gli individui finiscono spesso in una “trappola delle aspettative crescenti”, ossia un meccanismo per il quale la soddisfazione derivante dall’acquisizione di un nuovo bene dopo un aumento temporaneo ritorna rapidamente al livello precedente in quanto gli individui si adattano alla nuova situazione e tendono a spostare sempre più in alto i loro desideri.
Il Paradosso di Easterlin suggerisce che, quando un Paese ha superato una certa soglia di sviluppo economico, non vi è più correlazione tra il PIL pro capite e la felicità dei suoi abitanti. Questa scoperta ha portato gli economisti e gli psicologi ad approfondire su cosa le persone intendano per “felicità” e su cosa le renda felici.

Il modello sociale nordico

Secondo Carlos Joly, visiting professor all’École supérieure de commerce di Tolosa, in Francia: “Nei paesi come la Norvegia c’è la visione generale che la società dovrebbe essere basata sull’equa distribuzione. In questo modo la Norvegia e gli altri paesi nordici hanno risposto al grande conflitto sorto all’inizio del secolo scorso tra capitale e forza lavoro. Oggi questa equità è basata su elementi come i contratti collettivi per i lavoratori e le istituzioni statali di arbitrato.”
Oltre ad un forte impegno per l’equità, è emerso anche un forte senso di solidarietà rafforzato da una tendenza verso l’individualismo. “Nei paesi nordici – afferma Lars Trägårdh, professore presso l’Ersta Sköndal University College di Stoccolma (Svezia) – molte persone sono in grado di liberarsi sia dalla famiglia che dalla comunità locale che li circonda. Siamo diventati individualisti. Questo ha avuto un significato enorme, non da ultimo per l’emancipazione delle donne. Le strutture patriarcali deboli e una ridotta dipendenza dagli altri, offrono a molte persone dei paesi nordici la sensazione di controllare la propria vita.”
Questo modello nordico non può essere definito solamente in termini economici e politici, ma affonda le proprie radici nella cultura.

In Svezia le persone sono felici?

Negli ultimi 25 anni l’incidenza delle malattie mentali e l’uso di sostanze nel mondo è aumentato di circa il 25%. Al primo posto nella classifica delle problematiche legate alla salute mentale globale c’è la depressione, che non conosce distinzione di tipo socio-economico perché colpisce indistintamente tutte le persone.
I Paesi più felici del mondo sono Finlandia, Norvegia e Danimarca, mentre troviamo l’Italia al 47° posto, secondo il World Happiness Report 2018 dell’Onu. Un’altra classifica sempre importante ma più inquietante è quella relativa ai suicidi nella quale paesi come la Finlandia, considerati uno dei più felici al mondo, all’interno di questa nuova classifica si posiziona addirittura al 32° posto. Possiamo quindi sottolineare come nei Paesi ricchi ed economicamente solidi, in buona parte premiati con le ormai rarissime triple A dalle agenzie di rating, dove il welfare è generoso e la disoccupazione residuale, il numero di persone che decidono di togliersi la vita è molto elevato. Ma perché tutto ciò?
Non è così semplice capire le motivazioni per le quali i cittadini di Paesi incredibilmente sviluppati e democratici arrivino più di frequente a questi gesti così estremi.
Secondo uno studio condotto dal Consiglio dei ministri Nordico e dall’Istituto di ricerca sulla Felicità di Copenaghen, è emerso che il 12,3% della popolazione dei Paesi Nordici è in condizioni di infelicità e sofferenza psicologica. Tale percentuale aumenta per quanta riguarda i giovani tra i 18 e i 23 anni, con particolare spicco per le ragazze.
I cinque fattori che influenzano la felicità sono: problemi di salute, disagio psicologico, differenze di reddito, disoccupazione e isolamento sociale.
L’origine del malessere dei giovani scandinavi non è facile da dimostrare ma abbiamo alcuni indizi sulle cause del problema: nei Paesi nordici esiste una grande cultura del perfezionismo. Tendenzialmente le persone più religiose tendono ad ostentare livelli di felicità maggiori rispetto alle altre culture, mostrando, nei Paesi scandinavi, livelli di secolarizzazione nettamente superiori alla media mondiale.
Possiamo quindi affermare che tale problema sia realmente esistente e che vada affrontato, poiché l’infelicità delle persone, oltre a rappresentare un elevato costo per la società, rischia di compromettere il modello nordico basato sulla fiducia.
In riferimento all’elevato tasso di suicidi, il sociologo Herbert Hendin nel libro “Suicidio e Scandinavia” incolpa la mentalità scandinava di rompere molto presto il legame fra i figli e i genitori per facilitare l’autodeterminazione.

Teoria svedese dell’amore

È probabile che molte persone si siano domandate cosa voglia dire amare, amare se stessi e l’altro trovando il modo di vincere le dipendenze economiche, morali, ideologiche e affettive disfunzionali all’espressione di un legame autentico, scevro da condizionamenti psicologici e materiali.
Secondo Lars Trägårdh e Henrik Berggren, due storici, ogni rapporto umano autentico si deve basare sulla sostanziale indipendenza delle persone. Indipendenza e autonomia sono due elementi che caratterizzano da sempre e in maniera peculiare lo stare insieme secondo il modello nordico o svedese. Tale modello punta a cavalcare l’onda e a superare il dogmatismo liberista, andando oltre l’assistenzialismo della sinistra tradizionale.
Questo ordinamento avvalora un capitalismo di successo ma al contempo, anche una società egualitaria, ed è basato su un sistema socio-economico di tipo socialdemocratico che intende proteggere i propri cittadini durante la loro vita, attraverso un welfare che garantisca un livello elevato di qualità della vita e di protezione sociale.

locandina teoria svedese

«In Svezia tutto andava bene, standard di vita alti, progresso, pensiero moderno. Poi venne il momento di fare un altro passo avanti per liberarci da strutture familiari antiquate che condizionavano il modo di stare insieme rendendoci dipendenti l’uno dall’altro.»

erik gandini
Erik Gandini

La frase appena citata è una battuta che risale al film “La teoria svedese dell’amore” di Erik Gandini prodotto nel 2015.
Erik Gandini, regista italo svedese, parte dalla Svezia in un viaggio cinematografico che lo porta fino all’Etiopia. Il film nasce da una riflessione sul manifesto proposto dal parlamento svedese nel 1972, “La famiglia del futuro”: Olof Palme, primo ministro svedese e presidente del partito, voleva rappresentare un sistema socio-assistenziale perfettamente organizzato che avrebbe permesso e promesso a ciascuno una vita totalmente autonoma.
Lo stato svedese si proponeva di creare tutte le condizioni economiche e sociali affinché le persone stessero insieme per libera scelta e non spinte da un bisogno economico o morale che li legasse. Uomini e donne liberi dalle responsabilità per gli anziani, giovani indipendenti dai genitori al raggiungimento della maggiore età e anziani aiutati esclusivamente da efficienti, come ad esempio i servizi sociali.
Un processo pianificato e frutto di un manifesto politico che in un’ottica di un migliore benessere, rispetto a quello già molto alto conquistato dal Paese Scandinavo, guardasse alla famiglia del futuro rivoluzionando l’antica struttura.
Si è realizzato quindi un ordine sociale nel quale il valore primario è stato quello di un progressivo svuotamento delle relazioni e analogamente un progressivo affermarsi di una società di individui autosufficienti, perfino nei sentimenti. Questa società del futuro è la visione del progresso sociale.
La teoria svedese dell’amore dice che ogni rapporto umano autentico, libero da condizionamenti materiali e psicologici, si deve basare sulla sostanziale indipendenza delle persone. Questo è ciò che dichiara Erik Gandini all’interno del suo film.
Va riconosciuta al regista la capacità di aver costruito un percorso che da un’iniziale e presunta ironia, ci conduce ad un insieme di serie conclusioni. Tutto accade in una delle collettività che ha fondato la propria struttura sociale proprio sull’indipendenza dell’individuo, che costituisce il caposaldo per una totale autosufficienza, ossia la Svezia.
Il documentario di Erik Gandini mette in luce le caratteristiche della società svedese, condannandone gli eccessi, per riflettere sui rapporti tra le persone e sul significato di alcuni termini fondanti della vita umana, in vista di un futuro più equilibrato.
Oggi, come mostra Gandini, la Svezia è composta per la metà della popolazione da persone sole, adulte, indipendenti che lavorano per se stesse e solo per la propria indipendenza: donne e uomini single che ruotano attorno a banche del seme per riprodursi in solitaria, siano essi donatori o madri fecondate, associazioni volte alla ricerca di persone scomparse e senza cerchie parentali fisse.
La teoria svedese dell’amore ci porta a Maria Helena, un nome di fantasia. La donna in Svezia aspetta a casa il kit per l’inseminazione artificiale che un corriere diligente e maniacalmente puntuale sta consegnando con tanto di ghiaccio secco a protezione dell’involucro “spermatico”.
“Ho pensato che fosse meglio avere un figlio da sola ed evitare di avere un partner, quello che mi interessava era avere un figlio, non volevo una relazione con un uomo. Stare da sola non mi fa paura”.
Il concetto è che ogni relazione umana autentica si basa sull’indipendenza. L’indipendenza però limita i contatti e le interazioni: così metà della popolazione vive sola, sempre più donne diventano madri single con l’inseminazione artificiale. Perché una vita sicura e protetta può rivelarsi tanto insoddisfacente? Una possibile risposta è affidata al noto sociologo polacco Zygmunt Bauman, che dimostra come una vita priva di problemi sia necessariamente una vita felice.
“Non è vero che la felicità significhi una vita senza problemi. La vita felice viene dal superamento dei problemi, dal risolvere le difficoltà. Si raggiunge la felicità quando ci si rende conto di riuscire a controllare le sfide poste dal destino, ci si sente persi se aumentano le comodità”. Come osserva Bauman, la felicità è la sfida dell’umanità presente, per la sua dignità futura. Tanto più siamo in grado di combattere, lottare, di fare scelte significative, tanto più si accorcerà la distanza che ci separa dalla felicità. Una lotta che, tuttavia, non va affrontata in modo solitario.

Negli ultimi anni le persone hanno imparato sempre più a essere indipendenti, a non dipendere dagli altri, facendo di tutto per star bene da soli, per star bene con sé stessi. Secondo Bauman, questa è la direzione sbagliata: gli esseri umani che sanno essere indipendenti stanno perdendo sempre di più la capacità di convivere con gli altri, l’abilità a socializzare. Bauman afferma che: “Più sei indipendente meno sei in grado di controllare la tua indipendenza e rimpiazzarla con una piacevole interdipendenza”.
Dall’altro lato, però, siamo consapevoli che relazionarsi con le persone sia abbastanza complicato, per farlo bisogna essere in grado di accettare compromessi, di andare incontro alle esigenze altrui, di avere pazienza. E’ difficile ma è dalle relazioni che nasce la felicità, non dall’indipendenza. Secondo Bauman l’indipendenza porta a una vita vuota, priva di senso, e a un inimmaginabile noia.
La teoria svedese dell’amore è un film sull’infelicità e sulla sua inconsapevole ricerca, un film inatteso, disturbante, che ci restituisce in pieno il peso insostenibile dell’aspirazione alla perfezione.

Le relazioni sociali tra luoghi e nonluoghi

Oltre al concetto di modernità, ampiamente trattato in precedenza, si farà riferimento al concetto di surmodernità, introdotto da Marc Augè, antropologo e etnologo francese. La surmodernità non è altro che l’evoluzione, il prolungamento della modernità, è la figlia della globalizzazione e rappresenta una realtà fatta di tecnologia e soprattutto di una crescente solitudine, in contrasto con i numerosi mezzi di comunicazione che circondano la società odierna. 

Questo concetto augeiano si definisce per mezzo di tre figure dell’eccesso: eccesso di tempo, di spazio e di ego.

Partendo dall’eccesso di tempo, tutti ci rendiamo conto di quanto il tempo scorra in modo sempre più rapido davanti ai nostri occhi: eventi, scoperte, problemi e soluzioni si susseguono a una velocità sempre più accelerata, quello che ieri era progresso oggi è già obsoleto. Ogni momento della vita individuale diventa immediatamente passato e lo sviluppo della tecnologia, dei mezzi di trasporto e d’informazione produce una sovrabbondanza di avvenimenti, che incalzandoci ci portano al bisogno di dare un senso al presente. Così, in una contemporaneità dove ogni istante e luogo sono potenzialmente sempre presenti, molti individui non risultano più capaci di collocarsi in maniera stabile nel proprio presente personale. Nella surmodernità viene meno la capacità di percepire e collocare la propria persona in un contesto spaziale e temporale specifico. Anche i cambiamenti che caratterizzano le svolte epocali si verificano ormai ogni giorno e le informazioni a riguardo si diffondono molto più velocemente rispetto al passato. 

Il secondo eccesso è quello di spazio e da esso possiamo trarre due riflessioni. In primo luogo abbiamo il “restringimento del pianeta” e l’aumento della nostra percezione dello spazio, in quanto grazie alle esplorazioni dello spazio ci è stata fornita una nuova prospettiva sulla Terra che appare incredibilmente piccola. In secondo luogo le distanze si sono accorciate ed è sempre meno complesso spostarsi ovunque e avere più spazio a nostra disposizione; è possibile raggiungere rapidamente destinazioni lontane e grazie ai mezzi di comunicazione possiamo vivere gli avvenimenti fisicamente lontani con un livello di vicinanza nuovo e più vivido. Abbiamo la possibilità di spostarci in ogni angolo del pianeta senza grossi problemi e questo ha portato a un aumento degli spostamenti individuali, ma soprattutto agli spostamenti di massa che hanno portato a enormi accrescimenti urbani. 

Infine abbiamo l’eccesso di ego, di individualità, che deriva direttamente dagli eccessi precedenti. Siamo improntati a far crescere e a valorizzare il nostro spazio, il nostro io interiore, tendendo a un accrescimento del riferimento individuale. In netto contrasto con l’infittirsi delle nostre reti di comunicazione, il nostro fine ultimo è la realizzazione personale, l’essere chiusi e completi in noi stessi. 

I nonluoghi

Da questi tre eccessi nasce il concetto dei nonluoghi, inventato e approfondito da Marc Augè nel testo “Nonluoghi: introduzione ad una antropologia della surmodernità”. Prima di provare a trovare una definizione dei nonluoghi, guardiamo il significato del loro opposto: i luoghi, spazi relazionali identitari storici a cui un individuo sente di appartenere. Sono storici perché i soggetti che ci vivono hanno un vissuto alle spalle che li accomuna e allo stesso tempo sono relazionali in quanto al loro interno ci sono gruppi di soggetti che entrano in contatto tra loro e ne sono sollecitate le relazioni.

I nonluoghi sono luoghi senza identità che non raccontano una storia, che non fanno parte della storia e che non rappresentano uno spazio atto alle relazioni umane. Sono spazi destinati al cambiamento e non hanno bisogno di una connotazione storica. Generalmente sono pubblici, ma al loro interno non per forza le persone entrano in relazione tra loro, infatti sono spazi destinati a essere utilizzati in assenza di ogni forma di ‘appropriazione’ psicologica. I soggetti nei nonluoghi sono generalmente solo di passaggio, infatti il vissuto e la società non ne fanno parte. Tra i nonluoghi abbiamo le sale d’attesa di uffici, ospedali, ambulatori, gli aeroporti, ma anche i centri commerciali, i parchi divertimento, le infrastrutture, le autostrade e anche gli autogrill. Molto spesso si entra nelle aree di sosta delle autostrade senza nemmeno sapere in quale paese ci si trova e questo perché tutti gli autogrill sono uguali, non hanno un’identità spiccata. Sono luoghi estranianti che propongono un divertimento che non ha nessuna relazione con il luogo in cui si trovano, né della nazione o dello Stato. Anche Las Vegas è un nonluogo, così come i parchi tematici Disneyland che sono tutti uguali fino ai minimi dettagli, come l’abbigliamento dello staff, e ci si può rendere conto del Paese in cui ci si trova solo grazie alla lingua che si parla. Ovviamente questo vale anche per tutti i flagship o gli store in franchising, che hanno lo stesso stile, lo stesso arredamento e anche il visual merchandising è spesso lo stesso. 

Insomma, i nonluoghi sono strutture che non hanno né un’identità architettonica, né un’identità storica che riguardano gli spazi di transito. Sono spazi che prescindono dalle relazioni e che non si riconoscono come appartenenti e sono generalmente pensati con dei fini precisi, come quello d’acquisto.

I soggetti che transitano nei nonluoghi vivono una situazione paradossale perché pur essendo circondati da persone, sono comunque assolutamente soli. Gli unici contatti che hanno con altre persone sono con le voci automatiche che tramite gli altoparlanti danno annunci di servizio, contatti che ovviamente non permettono di sviluppare una relazione, che va quindi ad instaurarsi tra persona e luogo. 

 

“Solo, ma simile agli altri, l’utente del nonluogo si trova con esso (o con le potenze che lo governano) in una relazione contrattuale. L’esistenza del contratto gli viene ricordata al momento opportuno (le modalità d’uso del nonluogo ne sono un elemento): il biglietto che ha comprato, il tagliando che dovrà presentare al pedaggio, o anche il carrello che spinge attraversando il supermercato ne sono il segno più o meno forte. Il contratto ha sempre rapporto con l’identità individuale di colui che lo sottoscrive.” – M. Augé

 

A questo punto è però importante comprendere che i nonluoghi possono diventare luoghi per alcuni soggetti o nel caso in cui accadano al loro interno determinati scenari che li portano a sviluppare un’identità. Prendiamo come esempio le stazioni ferroviarie, che per definizione sono l’emblema del nonluogo in quanto architettonicamente sono generalmente simili tra loro, conformate nel contesto nazionale sono contenitori sempre uguali con binari, bar e spesso piccoli centri commerciali. Ci transitiamo o sostiamo per brevi periodi e spesso non facciamo caso a dove siamo, ma a quello che dobbiamo fare: prendere il biglietto, controllare l’orario, prendere il treno… Eppure all’interno delle stazioni si possono creare delle dinamiche che le trasformano da nonluoghi a luoghi. Una famiglia che saluta un figlio in partenza, un uomo che aspetta la fidanzata con un mazzo di fiori, ma anche litigi e ogni tanto qualche incidente, sono tutti scenari che trasformano la stazione in luogo delle relazioni, di incontri. 

Un esempio di passaggio da nonluogo a luogo è rappresentato dal film del 2004 “The Terminal” di Steven Spielberg con protagonista Tom Hanks che recita la storia di Viktor Navosky, costretto a vivere in un terminal dell’aeroporto JFK di New York per diversi mesi a causa di un problema politico del suo paese di provenienza. Navosky, come reazione alla permanenza forzata, cerca quindi di costruirsi degli spazi all’interno del terminal per sentirsi più a casa e per tentarne una caratterizzazione; facendo ciò trasforma a tutti gli effetti il nonluogo per eccellenza, l’aeroporto, in un luogo identitario. Durante la sua permanenza si rende conto delle relazioni che intercorrono tra chi lavora nel terminal, normalmente passate inosservate da chi lo vive solo come spazio di transito, concentrati solo sul raggiungere lo scopo che li ha portati in quel nonluogo. I cambiamenti sociali avvenuti all’interno del terminal portano la trasformazione da nonluogo a luogo ricco di significato.

Uscendo da due lunghi anni di pandemia è necessario riconoscere come, durante gli svariati lockdown, i nonluoghi fossero per molti gli unici luoghi di socializzazione seppur controllata e marginale. L’appuntamento settimanale con la catena di alimentari della propria città è stato per alcuni l’unico modo di vedere visi parzialmente coperti e sguardi, che senza bisogno di parole raccontavano la stessa storia comune, trasformando a tutti gli effetti il supermercato in un luogo e andando a contrapporsi alle parole di Bauman che vede il nonluogo come “spazio spoglio senza identità, relazioni e storia.

Interessante è anche realizzare che in generale i nonluoghi non hanno accezione negativa, perché come accennato in precedenza, sono spazi destinati ad un fine preciso e che quindi risultano piacevoli, rimandano al consumismo e al piacere di acquistare prodotti. Marc Augè trova però un nonluogo che oltre a non avere accezione positiva, porta con sé anche un alto grado di tristezza: gli spazi destinati ai rifugiati. Questi accolgono persone che sono state costrette ad abbandonare le proprie abitazioni, i propri luoghi identitari, perdendo l’identità di se stessi, cercando di raggiungere qualcosa che forse non raggiungeranno mai. Nell’attesa di sapere cosa ne sarà della loro vita, spesso i migranti vengono confinati nei nonluoghi “della miseria”, come i campi profughi e i centri di detenzione. Questi nonluoghi non avranno mai la possibilità di essere convertiti in luoghi, non ci sarà mai un’identità in quanto l’affermazione di questa è solitamente vietata, con il rischio di essere espulsi dal paese. La scrittrice Nadine Gordimer arriva addirittura a definire i profughi “non-persone”.  

Folla, massa e pubblico

Riflettendo sul soggetto che transita nei nonluoghi vanno analizzati i tre diversi modi che noi come sistema di persone abbiamo per aggregarci gli uni con gli altri nella società contemporanea: folla, massa e pubblico.

La folla è un insieme di persone passive che possono contagiarsi l’uno con l’altro anche senza conoscersi e che si muove verso comportamenti conformati ad altri. Ciò che unisce la folla è la condivisione inconsapevole ma forte dell’emotività; l’antropologo francese Gustave Le Bon evidenzia nel suo testo “Psicologia delle folle” del 1895 che nei gruppi è presente una grande suggestionabilità reciproca, con una forte esasperazione. Egli afferma che le folle sono capaci di commettere azioni che normalmente l’individuo non sarebbe in grado di compiere, aggravati da impulsi irrazionali e aggressivi. Gabriel Tarde suggerisce che all’origine della folla ci sono contagio e imitazione di massa, che favoriscono il veloce diffondersi di emozioni e azioni, una delle cause di fondo del comportamento delle folle individuate da Le Bon insieme all’anonimato, grazie al quale l’individuo si sente più autorizzato a spingere le proprie azioni oltre i limiti, e all’incoscienza della personalità, che deriva dalla persuasione. 

Passando ora alla massa, ciò che lega gli individui in questa modalità di aggregazione sociale è l’obiettivo comune, che a differenza delle folle non porta a trovarsi in un contesto in modo casuale. Una volta terminato l’obiettivo comune per il quale gli individui si sono trovati in una massa, questi si disperdono. Anche la massa è sempre passiva, ad eccezione di qualche forma di lieve interazione interna, che non influisce e non conta al fine dell’obiettivo per il quale si trova in un determinato luogo. La comunicazione alle masse è unilaterale, in quanto queste sono solo riceventi, non hanno possibilità di replicare: ciò si definisce comunicazione élite-massa o sistema gerarchico top-down, che ha visto un’alterazione notevole dopo la rivoluzione digitale che permette alle masse di interagire, ribaltando la piramide. 

L’ultima distinzione è quella di pubblico, che implica razionalità e interazione tra i suoi membri. Il sociologo Robert Ezra Park fa un interessante confronto fra pubblico e folla che reputa simili perché entrambi rappresentano un sistema di adattamento e cambiamento sociale pur non essendo gruppi di persone consolidati. Il pubblico si differenzia dalla folla per la sua caratteristica principale: il discorso razionale che arriva come risposta al problema che esso ha sviluppato, è costituito da persone con opinioni e pensieri diversi che discutono al fine di trovare una soluzione a tale problematica. Il pubblico si concede dei compromessi in modo tale da determinare un andamento positivo dell’azione, seppur avendo opinioni diverse, in quanto il problema da risolvere è comune. 

Herbert Blumer, psicologo sociale americano, afferma che le persone tendono a comportarsi sempre più in modo individuale, cioè come massa, piuttosto che basandosi su un’opinione pubblica. Il sociologo Charles Wright Mills, durante i suoi studi della comunicazione élite-massa, riprende il concetto introdotto da Blumer per sottolineare quattro motivi per i quali le condizioni moderne sono più favorevoli per la massa rispetto che per il pubblico. In primo luogo ci sono sempre meno persone che esprimono le proprie opinioni e un numero sempre più crescente di chi le riceve unicamente e in secondo luogo le comunicazioni sono talmente organizzate che è difficile per l’individuo controbattere con efficacia. Inoltre, le opinioni vengono spesso controllate da autorità che gestiscono i canali e infine per la massa risulta complicato sviluppare un’opinione in quanto non hanno potere nei confronti delle istituzioni. 

È evidente che nel caso dei nonluoghi, la definizione che meglio si avvicina a quella dei soggetti che ci transitano sia quella di massa, in quanto sono persone passive che si trovano in uno spazio accomunati da un obiettivo (un acquisto, un viaggio,..) e senza interagire né condividere emozioni procedono fino al raggiungimento di questo, per poi disperdersi e, in molti casi, non vedersi mai più. 

Gli spazi di domani

Per concludere si porrà una riflessione sul domani di questi spazi, in un’ottica che per alcuni può sembrare fatalista: il futuro dei nonluoghi sono le nostre abitazioni

Prima di tutto, la moda influenza notevolmente il design delle abitazioni, che molto spesso risultano essere tutte uguali perdendo il loro valore unico e identitario. Inoltre, lo sviluppo della digitalizzazione in tutte le sue sfumature porta a vedere la tecnologia e la strumentalizzazione come necessità per la vita all’interno delle nostre abitazioni. 

Anche secondo Marc Augè le case, una volta centro focale della socializzazione e della condivisione fra i suoi abitanti, stanno diventando sempre più uno spazio che non mette in relazione le persone fra loro, ma con il mondo esterno. Vediamo quindi gli abitanti di una casa insieme ma soli, come nei nonluoghi, isolati nella loro privacy ed intimità, caratterizzate da spazi chiusi e tecnologie sofisticate, che portano a un decentramento verso l’esterno.

Le abitazioni stanno a tutti gli effetti diventando ponti di servizio tra gli abitanti e i nuovi luoghi virtuali della società, che invece crescono di importanza e di valore; i social network stanno forse diventando i nostri nuovi luoghi identitari? Dopotutto sono spazi che parlano di noi e portano con sé parte della nostra identità, ci permettono di sviluppare relazioni senza limiti geografici e sono luoghi dove in futuro ci sembrerà di aver sempre vissuto. 

Molto spesso non passiamo del vero tempo di qualità all’interno delle nostre case ed esse diventano solo spazio in cui transitiamo e sostiamo per brevi periodi durante il corso frenetico della nostra quotidianità. La buona notizia è che la trasformazione da nonluogo a luogo sta solo in noi e nel nostro atteggiamento verso un determinato spazio, che può essere ricaricato di emozioni e di significato tornando così a riappropriarsi dell’importanza della parola “casa”. 

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https://sociologia.tesionline.it/sociologia/articolo/luoghi-e-non-luoghi-lo-spazio-tra-marc-augé-e-zygmunt-bauman/2597

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Stocco I., “Luoghi, confini, identità: valori fluidi nell’epoca della modernità liquida”
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https://www.treccani.it/enciclopedia/non-luogo_%28Lessico-del-XXI-Secolo%29/

Augè, M. “Nonluoghi: introduzione ad una antropologia della surmodernità”, 1992, Eleuthera, p. 74

Autori
sivia-bussola

Ciao sono Silvia Bussola, ho 26 anni e sono laureata in mediazione linguistica per l’indirizzo marketing e comunicazione alla SSML Unicollege di Mantova. Attualmente frequento il corso magistrale in Web Marketing e Digital Communication presso IUSVE a Verona.

 

 

 

agnese-montecchi

Sono Agnese Montecchi, ho 22 anni, sono laureata in Economia Aziendale a Bologna e attualmente frequento il corso di laurea magistrale in Web Marketing & Digital Communication a Verona. Gioco a pallavolo e mi piace viaggiare.

 

 

 

rebecca-spagnuolo

Ciao sono Rebecca Spagnuolo e mi sono laureata in Relazioni Pubbliche e Comunicazione di Impresa alla IULM di Milano. Il marketing e le lingue mi appassionano da sempre, nel 2016 ho fatto un anno in America e me ne sono innamorata. Sogno di tornarci in futuro, e di rimanerci almeno per un po’. Gioco a pallavolo in B1 e nel tempo libero scatto fotografie.

 

 

alessandra-susatDi cosa sono fatta? Mah, da una parte la passione per il mondo del marketing e della comunicazione, proprio per questo sto frequentando il corso di laurea in web marketing e digital communication, dall’altra il mondo della pallavolo. Due mondi sicuramente distanti ma gli unici che mi permettono di sentirmi me stessa fino in fondo.